Siria, il patrimonio storico-artistico e i lamenti dell’UNESCO

di
LUCA NANNIPIERI

8 Settembre 2013

Il Tempio di Giove a Damasco

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Sarà inevitabile come è inevitabile la legge di gravità:  il conflitto in Siria distruggerà il patrimonio storico-artistico siriano. La cancellazione dei simboli del passato o del rivale non è un effetto collaterale di una guerra. Sono l’essenza della guerra. La distruzione è necessaria. Non si dà una guerra senza abbattere il patrimonio del nemico. La storia degli uomini è quasi sempre la storia delle demolizioni, delle trafugazioni o degli sciacallaggi dei loro simboli.

Sono perciò ridicoli gli appelli dell’UNESCO per la protezione dei “patrimoni dell’umanità” durante i conflitti. Nel momento in cui si dà una guerra, è atteggiamento puramente salottiero scandalizzarsi per le distruzioni del patrimonio tra i popoli o etnie in conflitto. Irina Bokova, direttrice generale dell’UNESCO, si sta esercitando in questi giorni nel più futile degli esercizi di retorica oratoria: ammonire che i beni culturali vengano salvati dal massacro. Mentre due fratelli si sgozzano, è quanto mai singolare dire loro di tenere ben curata la casa. E poi parlare a nome dell’umanità, a nome dei difensori supremi del patrimonio altrui – come fa l’UNESCO – è una presunzione che sconfina con il ridicolo.

Nel medioevo le case torri venivano regolarmente mozzate quando una famiglia prendeva il predominio su un’altra. Nella seconda guerra mondiale, i tedeschi minarono molti campanili storici, non solo perché erano luoghi di avvistamento, ma perché simboli di riferimento del nemico. Da parte opposta, le forze alleate bombardarono, tra gli altri, l’abbazia di Montecassino, benché fosse l’emblema per eccellenza della nascita dell’Europa con San Benedetto. Nella guerra in ex Jugoslavia, lo Stari Most, il “Vecchio Ponte”, il bellissimo ponte del XVI secolo di Mostar, fu fatto esplodere nel 1993 perché simbolicamente univa l’identità serba con quella croata. In Spagna, durante la “Semana tragica”, la settimana tragica del 1909, gli operai che si rifiutarono di partire sulle navi per la colonizzazione spagnola del Marocco, si ribellarono contro l’esercito, provocando morti e distruggendo basiliche e monasteri.

Nel 2001 le Torri gemelle di New York sono state abbattute in quanto simbolo; così è accaduto anche con i mausolei del Mali nell’Africa sahariana, oppure per le grandi statue dei Buddha di Bamiyan, in Afghanistan, fatte esplodere con la dinamite nel 2001 dai talebani perché giudicate idoli pagani. Per non parlare delle trafugazioni dei palazzi di Saddam Hussein o del Museo Nazionale iracheno di Bagdad o le costruzioni imperiali di Gheddafi a Tripoli in Libia depredate o fatte rovina. La guerra in Siria sarà la prova – l’ennesima, l’ulteriore – che il patrimonio è vivo soltanto nelle sue trasformazioni e nelle sue inevitabili distruzioni. Dare ancora credibilità storica agli appelli dell’UNESCO per la salvaguardia incondizionata dei beni dell’umanità, è quanto di più sciocco possa passare per la mente di un uomo.

Da

http://www.loccidentale.it/node/126864

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