Tito Labieno (di Alberto Calvelli)

Titus Labienus è senza dubbio l’esponente più noto della gens Labiena, una famiglia di origine picena e di rango equestre; tale provenienza e ceto sono testimoniati da un’orazione di Marco Tullio Cicerone del 63 a.C. (Pro C. Rabirio perduellionis reo ad Quirites oratio). Non esistono a tutt’oggi testimonianze archeologiche o epigrafiche che indichino la città di Cingoli come luogo di nascita di Labieno, ma alcune fonti, che dimostrano lo stretto legame fra la gens Labiena, Tito Labieno e Cingoli, permettono indirettamente di attestarlo con un certo grado di sicurezza.

La principale fonte a sostegno dell’origine cingolana di Labieno è rappresentata dal Bellum Civile di Giulio Cesare. In un passo dell’opera si legge infatti che: “Etiam Cingulo, quod oppidum Labienus constituerat suaque pecunia exaedificaverat” (Bellum Civile, I, XV: “Giungono a lui dei legati anche da Cingoli, città che Labieno aveva colonizzata e costruita con il proprio denaro”). Il passo cesariano ha originato in molti studiosi ed eruditi del passato la falsa credenza che Labieno costruì, a sue spese, la città di Cingoli. Il fatto deve essere però inquadrato come un atto di evergetismo da parte di Labieno per una serie di interventi di tipo edilizio affinché l’abitato acquistasse la fisionomia di città, condizione necessaria per la concessione dello statuto municipale (che Cingoli ottenne intorno alla metà del I sec. a.C.).

Dall’orazione di Cicerone si desume un terminus post quem della data di nascita di Tito Labieno. Sappiamo infatti che nel 100 a.C., al tempo in cui Saturnino e Quinto Labieno furono uccisi, Labieno non era ancora nato. Nel 63 a.C. ricoprì l’incarico di Tribuno della plebe. Dall’anno del suo tribunato a quando partì per la Gallia (58 a.C.) non si hanno più notizie di lui, tuttavia il fatto di essere nominato da Cesare “legatus pro praetore” (Bellum Gallicum, I, XXI) fa pensare che egli abbia ricoperto la carica di Pretore. Dal momento che la legge prevedeva che un magistrato non poteva assumere un incarico l’anno dopo averne ricoperto un altro, è probabile che Labieno assunse la carica di Pretore nell’arco di tempo compreso tra il 61 e il 59 a.C. L’età minima richiesta per ricoprire questa magistratura era quarant’anni per cui, considerando le notizie forniteci da Cicerone, è possibile collocare, in via approssimativa, la data di nascita di Tito Labieno nel 99 a.C.

Ancora Cicerone ci testimonia che Labieno combatté insieme a Cesare, nel 78 a.C., nella campagna navale di Publio Servilio contro i pirati cilici. La tradizione storiografica e le fonti antiche ricordano tre eventi legati al tribunato di Labieno: il processo contro Rabirio e la presentazione di due leggi, la “lex Ampia Labiena de triumphalibus ornamentis Gnaei Pompei” ed una “lex de sacerdotiis”.

Nel 58 a.C. Giulio Cesare intraprese la campagna militare per la conquista della Gallia. Uno dei suoi più validi luogotenenti fu Tito Labieno. Venuto Cesare a conoscenza degli spostamenti degli Elvezi (casus belli), lasciò Roma ed in otto giorni arrivò a Genava (Ginevra). Lasciò quindi il comando delle fortificazioni a Labieno per recarsi in Italia a reclutare altre truppe. E’ in questa occasione che Labieno viene citato per la prima volta nel Bellum Gallicum (Bellum Gallicum, I, X). L’incarico affidatogli dimostra la grande fiducia che Cesare riponeva in lui e, come ricorda lo storico Cassio Dione (Historia Romana, XLI, 4), la consuetudine di lasciare il comando a Tito Labieno divenne quasi una regola quando Cesare si assentava dalla Gallia. Alla battaglia contro gli Elvezi ne seguirono altre contro popolazioni celtiche e germaniche (57-55 a.C.) ed in molti di questi scontri Labieno diede il suo fondamentale contributo; combatté vittoriosamente al comando di tre legioni contro i Belgi nella battaglia presso il fiume Axona (Aisne) (Bellum Gallicum, II, XI), contro gli Atrebati presso il fiume Sabis (Sambre) (Bellum Gallicum, II, XXVI) e al comando di due legioni contro i Morini.

Durante la seconda spedizione in Britannia (54 a.C.), Cesare affidò a Labieno, a capo di tre legioni e duemila cavalieri, il compito di controllare i porti, provvedere agli approvvigionamenti verso l’isola e garantire la tranquillità delle genti galliche (Bellum Gallicum, V, VIII-XI). Dopo la vittoria sui Britanni le legioni romane tornarono in Gallia e si disposero negli accampamenti invernali; a Tito Labieno, come era accaduto anche prima della spedizione in Britannia (Bellum Gallicum, III, XI), fu assegnato il comando della legione destinata ai territori dei Remi, al confine con i Treveri (Bellum Gallicum, V, XXIV), un territorio molto importante e al tempo stesso uno dei più pericolosi dell’intera Gallia. Labieno dovette più volte combattere contro i Treveri comandati da Induziomaro e in tutte le occasioni riuscì a sconfiggere il nemico.

Successivamente Labieno intraprese campagne belliche contro i Menapi (Bellum Gallicum, VI, XXXIII) e nel 52 a.C. contro i Senoni ed i Parisii. Dopo aver conquistato Lutetia (l’odierna Parigi) (Bellum Gallicum, VII – LVII, LVIII, LX, LXI, LXII), Labieno partecipò alla battaglia di Alesia, dove si era rifugiato Vercingetorige con il suo esercito. Dopo un lungo assedio, Cesare, al comando della cavalleria e quattro coorti, e Labieno, al comando di quaranta coorti (Bellum Gallicum, VII, LXXXVII), sconfissero l’esercito gallico.

Le imprese belliche che seguirono la battaglia di Alesia furono soprattutto azioni mirate a sedare le rivolte di alcune popolazioni. Nel 51 a.C., Labieno, per la terza volta fu inviato, al comando di due legioni, presso il territorio dei Treveri (Bellum Gallicum, VIII, XXV). Nell’inverno del 51-50 a.C. l’intera Gallia poteva dirsi completamente conquistata e a Labieno fu affidato il comando della Gallia Cisalpina (Bellum Gallicum, VIII, LII).

Il 10 gennaio del 49 a.C. è la data che segna una svolta decisiva, e per certi versi inaspettata, per Labieno. Cesare decise di varcare con le sue legioni il fiume Rubicone: la guerra allo stato repubblicano, e a Pompeo, era in tal modo esplicitamente dichiarata. Alla guerra civile partecipò anche Labieno, non più come fedele luogotenente di Cesare ma come suo avversario tra le fila di Pompeo.

Se il Bellum Gallicum dava un grande risalto alla figura di Labieno (dopo “Cesare” il nome che viene più spesso ricordato è proprio quello di “Labieno”), i racconti di Cesare e dei suoi continuatori sulla guerra civile (Bellum Civile, Bellum Africum, Bellum Hispaniense) danno poche informazioni. Secondo il punto di vista dei cesariani, infatti, Labieno era passato dalla parte dei nemici ed era quindi più conveniente tralasciare eventi a lui favorevoli e sminuire addirittura la sua figura. Cicerone, al contrario, elogia Labieno e sottolinea la sua importanza tra le fila di Pompeo. In un’epistola del 23 gennaio lo definisce addirittura un héros (eroe, semidio) per l’alto esempio di senso civico che aveva dimostrato (Ad Atticum, VII, 13, 1). Il 22 gennaio lo annovera fra i grandi uomini (“vir mea sententia magnus”) e segnala l’effetto positivo della sua presenza (Ad Atticum, VII, 13a, 3). La situazione di felice ottimismo per la presenza di Labieno viene ribadita da Cicerone in una epistola di qualche giorno dopo alla moglie Terenzia ed alla figlia Tullia: “(la presenza di) Labieno ha migliorato la situazione” (Ad Familiares, XIV, 14, 2).

In seguito alla conquista da parte di Cesare dell’intero territorio italiano, le truppe di Pompeo si spostarono in Oriente. Dopo la battaglia di Dyrrhachium del luglio del 48 a.C., che vide soccombere le truppe cesariane, i due eserciti si scontrarono nuovamente il 9 agosto del 48 a.C. a Pharsalus (Farsalo). Questa volta però le truppe di Cesare ebbero la meglio e dopo la sconfitta molti pompeiani si rifugiarono in Spagna e in Africa. Pompeo si ricongiunse con la propria famiglia e fuggì in Egitto dove, il 29 settembre, fu ucciso su ordine del re Tolomeo XIII.

Dopo la battaglia di Ruspina seguirono altri scontri tra l’esercito di Cesare e le truppe pompeiane; si combatté presso le città di Uzitta (Bellum Africum, 52), Zeta (Bellum Africum, 69-70), Sassuram (Bellum Africum, 75), Tegea (Bellum Africum, 78) ed in tutti questi eventi bellici il comando della cavalleria fu sempre affidato a Labieno. Dopo la sconfitta di Tapso (Ras Dimas, Tunisia) del 4 aprile del 46 a.C., Labieno e le forze pompeiane si diressero in Spagna; qui si ricongiunsero con le truppe degli ultimi anticesariani guidate dai figli di Pompeo, Gneo e Sesto, e da Azio Varo. La battaglia decisiva tra gli opposti schieramenti si svolse a Munda, presso l’odierna Osuna, il 17 marzo del 45 a.C. Questa battaglia, nella quale trovò la morte Tito Labieno, segnò la definitiva vittoria di Cesare. Secondo Appiano, Cesare disse, a proposito della battaglia di Munda, che “molte volte aveva combattuto per la vittoria, ora invece per la vita” (Historia Romana, libro XIV, De bellis civilibus II, 104), a dimostrazione di quanto coraggio e valore misero in campo fino in ultimo le truppe pompeiane ed i loro comandanti.

Per approfondimenti: http://www.antiqui.it/doc/personaggi/titolabieno.htm

Postato da Roberto Bianconi

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