Sos per la valle dell’Omo, patrimonio Unesco sacrificato al progresso

Il governo etiope sta organizzando il trasferimento forzato delle tribù che rendono unica da un punto di vista etnico e culturale la regione
Sos per la valle dell’Omo, dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco per la ricchezza di siti naturali e archeologici e per le popolazioni tribali, venti diverse etnie custodi di costumi e tradizioni antichissime e peculiari. Una sorta di “museo etnologico” che dipende però per la sua realissima e quotidiana essitenza dalla salvaguardia dei pascoli e delle coltivazioni agricole che, ogni anno, vengono alimentati dalle piene del fiume, uno dei più ampi dell’Africa, con un bacino di quasi 1.000 chilometri dalle sorgenti, a sud ovest di Addis Abeba fino al Kenya, dove alimenta il lago Turkana, il più grande lago desertico al mondo. A minacciare questo habitat rimasto fin qui relativamente integro, denuncia l’associazione Survival, sono i progetti di sviluppo agro-industriale della regione varati dal governo etiope, che sono iniziati nel 2006 con il via ai lavori di costruzione dell’enorme diga idroelettrica Gibe 3, il più grande progetto d’investimento sinora concepito nel Paese.
Un’opera giudicata catastrofica per l’impatto sui fragili ecosistemi e sulle già poverissime micro economie di sussistenza, legate indissolubilmente ai flussi stagionali del fiume. Un tema che rilancia l’eterno dilemma tra le ragioni e i modi del progresso e la tutela delle popolazioni coinvolte e non sempre beneficiate. Una mappa pubblicata sul sito di Survival mostra l’impatto ambientale che le previste piantagioni di canna da zucchero avranno nella valle dell’Omo, redatto dall’Autorità per la Conservazione dell’Ambiente Naturale del paese (EWCA).
Un piano che per la sua attuazione prevede, tra l’altro, il trasferimento forzato, che il governo definisce “villagizzazione”, d’intere tribù, come i Mursi, i Bodi e i Kwegu in campi di reinsediamento, corredato da mezzi di persuasione come espropri, stupri, violenze, assassini e minacce di confisca del bestiame, parte vitale dell’economia locale. Secondo Stephen Corry, direttore generale di Survival International: “Questa mappa rivela quello che il governo etiope voleva nascondere, ovvero l’intenzione di reinsediare le tribù della bassa valle dell’Omo. Tenendo conto anche delle numerose segnalazioni che ci sono pervenute su sfratti violenti e intimidazioni, l’obiettivo finale del governo è divenuto ormai lampante, così come il suo rifiuto di rispettare i fondamentali diritti di chiunque si ritrovi sulla sua strada.”
Survival ha anche raccolto sul sito foto come questa che documentano i lavori in corso per costruire vie di comunicazione attraverso la terra tribale, per facilitare l’accesso ai siti da spianare. Due organismi delle Nazioni Unite avevano già chiesto all’Etiopia di fornire prove che le tribù fossero state consultate e che i progetti in corso non stessero danneggiando il patrimonio culturale e naturale dell’area. Ma l’Etiopia, denuncia Survival, ha ignorato le sollecitazioni. Una situazione assai simile a quella denunciato da Human Rights Watch per la regione di Gambella, nell’Etiopia occidentale. L’Africa ha bisogno di progresso, certo, ma a quale prezzo?

Pubblicato da http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplRubriche/dannicollaterali/grubrica.asp?ID_blog=90&ID_articolo=589&ID_sezione=163

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